BEST FRIENDS

(titolo provvisorio)

SOGGETTO

di Gianluca Granocchia, Stefano Romano

Le porte della discoteca si aprono e la musica riecheggia in tutto il parcheggio. Marco (25) e Andrea (25) escono abbracciati, barcollando e si avviano verso la macchina. Sono ubriachi e felici e Andrea non perde l’occasione per fare il brillante con due ragazze che fumano una sigaretta. Marco deve portarlo via per evitare che diventi molesto.

Quella sera hanno davvero esagerato tra drink e righe di coca ma bisognava festeggiare la partenza di Andrea. Destinazione: Business School of London. The best. E ciao ciao, sfigati italiani.
Così dice Andrea, ridendo, mentre guida a tutta velocità la sua BMW, stereo a palla, tra le strade deserte della periferia. Marco, accanto a lui, chiude una canna. “Marcoli’, Londra! Te rendi conto? Mio padre m’ha preso n’appartamento a Piccadilly, che manco te lo sogni!”. Marco ride. Non ha tutti i soldi che ha Andrea, ma questo non ha mai influito sulla loro amicizia. Entrambi si sono sempre presi in giro, da quando si sono cosciuti ai corsi della facoltà di Economia: il pezzente e il pariolino. E stasera, che Andrea è completamente fuori di sé dalla gioia, rincara ancora di più la dose e Marco sta al gioco. Stasera sono insieme per l’ultima volta, poi chissà quando si rivedranno. Stasera va bene tutto. A un tratto, col tachimetro che segna i centoventi, Andrea: “Passami la vodka, sta sul sedile di dietro!”. E Marco: “sto chiudendo, aspetta n’attimo”. Non se ne accorge nemmeno, tutto intento a rollare, che l’amico, come si fa a essere così idioti, tiene il volante con una mano sola e con l’altra cerca di arrivare rocambolescamente al sedile posteriore. La bottiglia è lì, Andrea la sfiora con le dita. È convinto di arrivarci, invece no e flette il braccio più che può e Marco ride perché Andrea non può aspettare e Andrea ride perché, è vero, vuole bere e quello stronzo non gli passa la bottiglia, allora fanculo. Andrea si volta, velocissimo, una frazione di secondo. E in quell’istante Marco grida, c’è un tizio!, ma è troppo tardi. Bum. L’impatto è violentissimo.

Frenata. Lucidità. Paura. Andrea e Marco si guardano nell’abitacolo della macchina, senza dire una parola. Sono in una strada deserta della zona industriale, alle 4.50 di notte e hanno appena investito un uomo.
Marco apre lo sportello ed esce. Andrea resta incollato al sedile, con le mani inchiodate sul volante e gli occhi fissi davanti a sé. Poi a un tratto, apre lo sportello e vomita.

Marco osserva il corpo di quell’uomo steso sull’asfalto. È morto. Ha il collo girato in una posizione orrendamente innaturale. Quando si volta, dietro di lui c’è Andrea. O meglio, il fantasma di Andrea. L’amico è pallido e trema tutto e gli si avvicina. Si chinano entrambi accanto al corpo e Andrea balbetta, si giustifica e poi dice: “Dobbiamo andarcene!”.

E Marco: “Che cazzo dici, dobbiamo chiamare la polizia!” E Andrea afferra il braccio dell’amico: “NO!”
“Calmo”, fa Marco.
“È omicidio”, si dispera Andrea, “mi arrestano!”.

“Ho detto calmati!”, grida Marco, mentre continua a esaminare da vicino quel corpo inanimato. Andrea è fuori di sé e si passa nervosamente le mani tra i capelli: “Se mi fanno le analisi, con tutto quello che abbiamo bevuto e abbiamo pippato e...”
Andrea non riesce a terminare quella frase lamentosa, perché l’uomo improvvisamente apre gli occhi e caccia un rantolo soffocato.

Andrea grida e cade all’indietro. Marco balza in piedi, oh cazzo!
L’uomo è ancora vivo.
Rotea gli occhi verso i ragazzi, poi verso il suo corpo fratturato e lo assale il panico. Inizia a gridare di dolore e di paura e i due ragazzi si cacano sotto, che se qualcuno sente quelle grida, sono fottuti. Andrea piagnucola, isterico: “Andiamo Marco, cazzo!”

E Marco non lo sopporta più: “Dove andiamo, testa di cazzo, che ci ha visti in faccia! Ha visto la macchina, ci arrestano in due ore! Ed è pure omissione di soccorso!”.
Andrea si tiene la testa con le mani. Cammina avanti e indietro e piange e “io tra ventiquattro ore ho l’aereo per Londra!”, dice, e che non vuole perdere tutto e che la sua vita non deve finire così: “che facciamo, che facciamo!?”

E intanto l’uomo a terra continua a lamentarsi e a gridare e Marco niente: sta con gli occhi sbarrati e con chissà quali pensieri che gli viaggiano nella testa. Poi, a un tratto, come se il suo giudice interiore fosse finalmente giunto a un verdetto, si volta verso Andrea, che non smette di agitarsi e gli dice:

“Io faccio quello che c’è da fare, ma tu... tu devi darmi qualcosa in cambio.” Andrea guarda l’amico e non crede a quello che sta succedendo. “Scherzi?” Marco non scherza affatto.
“Cosa vuoi?”

Marco assume una calma inaspettata. È glaciale nella sua determinazione.
“L’appartamento, Andrè. Quello di Piccadilly. E l’iscrizione alla Business School”.
Andrea è incredulo: “E io come faccio?”.
“Non me ne fotte come fai”, dice Marco, “Tuo padre sa come farmi entrare. E pure tu”.
E l’uomo intanto grida e li supplica di non ucciderlo. Andrea pensa e più pensa, più capisce che non ha scelta, poi Marco, per dissipare qualsiasi dubbio sulle sue intenzioni, dice. “Se rifiuti, io vado alla polizia. E dico che l’hai ucciso tu. Io ero in macchina, sì, ma mica guidavo.”

Andrea e Marco si guardano a lungo. Tra di loro non c’è più allegria. Solo le grida strazianti dell’uomo.
“Io me lo so’ sempre e solo sognato n’appartamento a Piccadilly, Andrè”.
Andrea cerca un’alternativa ma, costretto tra il male e il peggio, non la trova.

“Allora?”, chiede Marco.
Schiacciato dal peso di quel patto, Andrea china il capo. Accetta.
Marco fa un lungo respiro, poi si abbassa lentamente sull’uomo e gli pigia una mano contro la bocca. L’uomo prova a muovere la testa, a divincolarsi.
Marco fissa Andrea negli occhi e fa forza. Andrea distoglie lo sguardo.
Ancora pochi rantoli, poi il nulla.
Marco si alza in piedi, lentamente. Passa accanto ad Andrea, che fissa immobile il corpo dell’uomo, e va a sedersi dal lato passeggero. Andrea resta come paralizzato, ancora una frazione di secondo, il tempo che gli serve a realizzare di non poter restare lì un attimo di più. Fa il giro dell’auto e sale a bordo. La macchina riparte, lasciando dietro di sé il corpo dell’uomo sull’asfalto. Nell’abitacolo, si sentono solo i rumori della strada.
I due amici non si parlano. Non si guardano.